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Oggi è l’8 di Marzo. Un giorno come un altro, uno dei tanti.
Una leggenda metropolitana nata nel dopoguerra, vuole associare questa data alla la morte di centinaia di operaie nel rogo di una presunta fabbrica di New York. In realtà, sembra che l’evento sia stato confuso con una tragedia (in questo caso realmente avvenuta, ma il giorno 25) in cui sono scomparsi 146 lavoratori a causa di un incendio verificatosi in un’azienda (la Triangle).
Per lo più, pare, si trattasse di giovani donne emigrate dall’Europa.
In verità, la storia ci riconduce in origine alla “Giornata Internazionale della Donna” (Woman’s Day), indetta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, con lo scopo di protestare contro i soprusi e le violenze subite, di rivendicare i diritti femminili in ambito sociale, politico ed economico ed il diritto di voto. A seguito della Conferenza di Copenaghen del 1910, organizzata da delegate socialiste americane, si decise di istituire una giornata comune dedicata alla rivendicazione.
Dopo una sospensione a causa della guerra, le celebrazioni ripresero. In Russia, a San Pietroburgo, a seguito di una manifestazione di fine conflitto guidata dalle donne della capitale, si scatenarono successivi movimenti di protesta che portarono alla conclusione dello zarismo (non più appoggiato nemmeno dalle forze armate). Era l’8 Marzo 1917.
Si decise, dunque, di fissare l’8 Marzo come giorno comune di celebrazione in tutti i Paesi.
In Italia venne celebrata per la prima volta in realtà il 12 Marzo 1922, prima domenica successiva all’ormai stabilito giorno 8, per iniziativa del Partito Comunista d’Italia.

Vi ho voluto illustrare (per punti salienti) le origini di questa “festa”, perché mi accorgo frequentemente di come il reale messaggio ad essa associato, ovvero quello della lotta per il riconoscimento della assoluta parità di diritti sia per l’uomo che per la donna, venga spesso travisato, trascurato, ancor più spesso ignorato e male interpretato da alcune donne italiane.
Per diverse, l’8 Marzo è “l’unica occasione” di uscire da una gabbia metaforica, in cui sono imprigionate da idee e convenzioni sicuramente superate, probabilmente inculcate da un’educazione familiare retrograda che non fa altro che sminuire il ruolo della donna.
Utilizzano questo giorno per dare libero sfogo a condotte sfrenate, per illudersi di poter attenuare le frustrazioni e per evadere da una sorta di repressione in cui non ammettono di trovarsi, a volte forse nemmeno rendendosi conto di esserci invischiate fino al collo. Vanno a fare casino nei locali, si ubriacano, si ridicolizzano sbavando dietro a spogliarellisti che più che uomini sexy sembrano buffe caricature del Big Jim.
E gli altri 364 giorni dell’anno?
Se ne stanno all’interno del guscio, conducono un’esistenza priva di interessi gravata solo da incombenze domestiche, non si applicano e non lottano per conquistarsi una propria indipendenza lavorativa e sociale, vivendo spesso all’ombra di uomini gretti nei sentimenti e dalle vedute antiquate.
L’indipendenza e la parità vanno pretese ed alimentate da ideali, dalla voglia di conoscere e di proporre le proprie idee con intraprendenza.
Quindi sarebbe una conquista se questa tipologia di donna italiana riuscisse a sentirsi DONNA e soprattutto LIBERA tutto l’anno, capace di far udire la propria voce piuttosto che starsene volutamente ai margini e poi uscire allo scoperto in maniera scriteriata soltanto l’8 Marzo.
Anche per una sorta di rispetto e di speranza da infondere a quelle donne che non hanno questa possibilità, che magari sono vittime di violenze e soprusi e che non possono fare nulla…

Oggi è un giorno come un altro, uno dei tanti, e non voglio augurare buona “Festa della Donna” a nessuna…

Buon week end!!!

Stefano Ristori

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