Archivio per marzo, 2013

Stiamo vivendo un periodo nero. La crisi finanziaria ormai ci tormenta da qualche anno, nonostante la fievole fiammella della speranza di uscirne continui a rimanere accesa. Il problema è che la fiammella forse non basta, davanti a noi il buio ingoia tutto, anche la fiducia nel futuro.
Le conseguenze nel settore lavorativo sono state catastrofiche, con una preoccupante media di oltre mille aziende italiane al giorno che chiudono, dipendenti in cassa integrazione o in mobilità, sempre più persone che rimangono a casa ritrovandosi in mano un pugno di mosche e che non riescono a trovare una nuova occupazione, magari avendo pure famiglia a carico. Senza parlare poi dei giovani: dalle statistiche dello scorso anno risulta che il 36,5% degli italiani dai 15 ai 24 anni sia senza lavoro, oltre un terzo della popolazione giovanile!
Davvero un disastro quindi, anche per coloro che hanno conseguito una laurea dopo anni di studio e fatica. Ci sono italiani con all’attivo più lauree, master, dottorati di ricerca, che conoscono perfettamente l’inglese e magari anche altre lingue ma che non trovano sbocchi, e spesso nemmeno in ambiti più umili e semplici, dove le conoscenze culturali maturate nella vita servono poco o a nulla.
Badate bene però, io ho parlato di “conoscenze culturali”, perché in effetti esiste un altro tipo di “conoscenza” che invece qui in Italia può spalancarti le porte del futuro…ovviamente mi riferisco alla classica RACCOMANDAZIONE.
Una consuetudine molto forte nel nostro Paese, ma che si è acuita negli ultimi anni a causa della crisi. E’ ciò cosa comporta? Sicuramente una privazione di posti di lavoro a scapito di persone più preparate di altre che però, grazie alle conoscenze, poi vengono assunte. In ambito lavorativo e produttivo ciò si riflette negativamente sull’economia italiana. Si innestano di conseguenza gravi ripercussioni che purtroppo non è possibile quantificare, ma che ci rendiamo conto tutti di quanto siano dannose.
La meritocrazia, ben applicata in altre nazioni (Stati Uniti in primis), qui da noi risulta essere inconsistente od impiegata in maniera non corretta . Ciò provoca un altro dei gravi problemi sul quale sembra che le nostre istituzioni non si adoperino abbastanza per limitarlo, ovvero la sempre più frequente fuga dei cervelli all’estero. I nostri giovani più brillanti e capaci trovano altrove opportunità sicuramente maggiori, più stimolanti e più remunerative legate anche alla concreta possibilità di fare carriera. Ciò qui da noi significa perdere importanti brevetti, idee innovative, guizzi geniali che in termini economici e di considerazione farebbero acquistare all’Italia una posizione sicuramente più forte di quella attuale, in Europa e nel mondo.
Sarebbe opportuno quindi tutelare questo “patrimonio nostrano”, premiare ed offrire opportunità di crescita ulteriori, perché sarebbe logico che fossero queste persone a MERITARE un posto di lavoro rispetto alla marea di raccomandati che ricoprono ruoli dei quali non avrebbero diritto e dei quali beneficiano esclusivamente per qualche conoscenza importante in quei contesti…

La flebile fiammella della speranza continuerà ad ondeggiare, sul prossimo governo (che stiamo ancora aspettando), sulle istituzioni, su tutti noi italiani.
Peccato però che ci sarà sempre qualcuno che non smetterà mai di soffiare…

Ciao a tutti, a settimana prossima!
Dimenticavo…Buona Pasqua!

Stefano Ristori

Annunci

Si tratta di una vera e propria forma di schiavitù. Ne siamo soggiogati, succubi, non riusciamo proprio a farne a meno. E se ne abbiamo più di uno…meglio ancora!
Sto parlando ovviamente dei telefoni cellulari, oggetto di culto per il popolo italiano.

Secondo recenti statistiche pare che il nostro Paese sia al primo posto in Europa, nonostante la crisi, per numero di telefonini venduti, con una media di quasi due apparecchi posseduti a persona.
Tra l’altro, nell’ultimo periodo, l’italiano medio pare particolarmente affascinato dallo smartphone, leader indiscusso per quanto riguarda i nuovi dispositivi tecnologici, tanto desiderato più per l’aspetto multifunzione che come semplice telefonino.
E spesso, questo morboso interesse per tutti questi oggetti “ipertecnologici”, porta ad un abuso di utilizzo che sfocia in situazioni di palese maleducazione.
Alcuni esempi? Intanto partiamo analizzando il tono di voce, spesso alto anche in circostanze in cui sarebbe buona norma mantenerlo ad un volume accettabile, anche perché agli altri non interessa granchè sapere se al mattino siamo andati di corpo oppure i dettagli del rapporto sessuale avuto la sera prima.
Poi bisogna considerare anche la noncuranza che molti mostrano mantenendo alte le suonerie dei cellulari anche in momenti in cui sarebbe meglio tenerlo spento o almeno con la modalità vibrazione (tipo cinema, matrimoni, funerali, riunioni d’ufficio, ospedali, biblioteca, etc.).
In molti rispondono al cellulare anche nel bel mezzo di una conversazione, magari non chiedendo nemmeno scusa al proprio interlocutore per l’interruzione, dilungandosi poi nella chiamata anche se non è strettamente necessario.
Ci sono anche i maniaci degli SMS, gente che passa le giornate col cellulare in mano scrivendo messaggi, anche in situazioni in cui si è in compagnia di altre persone e sarebbe decisamente preferibile non farlo (molti lo fanno anche a tavola mentre si sta mangiando, davvero fastidioso!).
E infine (se vi venisse in mente qualche altra circostanza diversa da quelle che sto elencando vi prego fatemelo presente) coloro che utilizzano il telefonino…guidando!
Si tratta di un altro malcostume tipicamente italiano…Fateci caso, quando siete in giro in auto, e vi capita di guardare i conducenti degli altri mezzi, quanti di essi stanno parlando al telefono, creando situazioni di disagio e soprattutto di SERIO PERICOLO(che purtroppo capita sfocino anche in eventi tragici)? Tanti, troppi…

Chissà col passare del tempo e con l’introduzione di strumenti sempre più tecnologici a quale livello di maleducazione saremo capaci di arrivare, continuando a manifestare un’ irritante naturalezza ed un’ indifferenza tipiche di chi se ne frega della buona creanza e di come ci si rapporta con gli altri in maniera civile!
Si prospettano tempi (ahimè) anche peggiori…

E’ tutto anche per stavolta, appuntamento a settimana prossima con un nuovo sfogo, sempre di venerdì mi raccomando! 😉

Stefano Ristori

Prosegue il mio percorso lungo la tortuosa strada delle cattive abitudini degli italiani.
Questa settimana voglio descrivere una peculiarità negativa che caratterizza più frequentemente il maschio italico, ovvero l’essere “mammone”. Ho deciso stavolta di orientarmi su questa problematica anche per bilanciare lo sfogo del post scorso indirizzato verso una determinata tipologia di donne, per par condicio.

Dai ometti, usciamo allo scoperto, in quanti lo siamo? Presumo in tanti, me compreso ovviamente, tanto da essere presi in giro per questo motivo parecchio anche all’estero.
Intanto bisogna partire dall’inizio, intendo dall’infanzia, perché mammone non lo si diventa all’improvviso. Si tratta solitamente di uno “status inizialmente indotto”, da mamme iperprotettive che ti seguono e ti accudiscono in maniera maniacale, che fanno di te, figlio maschio, una sorta di bellissimo principino (ogni scarafone è bello a mamma sua!) da proteggere e far crescere nella loro campana di vetro.
E’ per tale educazione e per tutte queste attenzioni che poi forse diventiamo grandi più lentamente, che ci abituiamo al mondo là fuori con maggior diffidenza e che ci fa comodo fare affidamento sulla totale disponibilità e sull’essere amorevolmente servizievole di nostra madre. E diciamolo francamente, spesso ce ne approfittiamo.
Ed è forse il senso di colpa poi che, anche da adulti, ci impedisce di tagliare il famoso cordone ombelicale. Vuoi ovviamente per affetto, vuoi per riconoscenza per una vita dedicata quasi esclusivamente a te e vuoi anche per pigrizia e per tornaconto personale.
Sicuramente noi mammoni ci troviamo poi a dover fare i conti con questa situazione soprattutto nel momento in cui troviamo l’amore. Le nostre donne, infatti, non vedono di buon occhio questo attaccamento da “complesso di Edipo”, si trovano spesso in conflitto con le nostre abitudini pregresse, con le nostre idee, con la iperprotettività che abbiamo dovuto subire e che improvvisamente ci sentiamo in dovere di restituire verso chi ci ha dato la vita e ci ha cresciuto.
E’ frequente che si scatenino così questioni (dirette o più spesso trasversali) tra moglie e suocera, e noi ci ritroviamo nel mezzo, costretti a sorbirci le rimostranze per il nostro comportamento dovuto a questo legame viscerale.
Sarebbe quindi opportuno da parte nostra gestire questa situazione con maggiore equilibrio, prendere la nostra vita per le redini ed intraprendere decisi il nostro percorso, non perdendo certamente di vista l’affetto ed il rapporto con le nostre madri (o comunque più in generale con i nostri genitori), ma senza lasciarci condizionare nelle scelte della vita da adulti.

Riusciremo a migliorare? Mah, la vedo dura…

Anche per questa settimana è tutto, appuntamento a venerdì prossimo, ciao!!!

Stefano Ristori

Oggi è l’8 di Marzo. Un giorno come un altro, uno dei tanti.
Una leggenda metropolitana nata nel dopoguerra, vuole associare questa data alla la morte di centinaia di operaie nel rogo di una presunta fabbrica di New York. In realtà, sembra che l’evento sia stato confuso con una tragedia (in questo caso realmente avvenuta, ma il giorno 25) in cui sono scomparsi 146 lavoratori a causa di un incendio verificatosi in un’azienda (la Triangle).
Per lo più, pare, si trattasse di giovani donne emigrate dall’Europa.
In verità, la storia ci riconduce in origine alla “Giornata Internazionale della Donna” (Woman’s Day), indetta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, con lo scopo di protestare contro i soprusi e le violenze subite, di rivendicare i diritti femminili in ambito sociale, politico ed economico ed il diritto di voto. A seguito della Conferenza di Copenaghen del 1910, organizzata da delegate socialiste americane, si decise di istituire una giornata comune dedicata alla rivendicazione.
Dopo una sospensione a causa della guerra, le celebrazioni ripresero. In Russia, a San Pietroburgo, a seguito di una manifestazione di fine conflitto guidata dalle donne della capitale, si scatenarono successivi movimenti di protesta che portarono alla conclusione dello zarismo (non più appoggiato nemmeno dalle forze armate). Era l’8 Marzo 1917.
Si decise, dunque, di fissare l’8 Marzo come giorno comune di celebrazione in tutti i Paesi.
In Italia venne celebrata per la prima volta in realtà il 12 Marzo 1922, prima domenica successiva all’ormai stabilito giorno 8, per iniziativa del Partito Comunista d’Italia.

Vi ho voluto illustrare (per punti salienti) le origini di questa “festa”, perché mi accorgo frequentemente di come il reale messaggio ad essa associato, ovvero quello della lotta per il riconoscimento della assoluta parità di diritti sia per l’uomo che per la donna, venga spesso travisato, trascurato, ancor più spesso ignorato e male interpretato da alcune donne italiane.
Per diverse, l’8 Marzo è “l’unica occasione” di uscire da una gabbia metaforica, in cui sono imprigionate da idee e convenzioni sicuramente superate, probabilmente inculcate da un’educazione familiare retrograda che non fa altro che sminuire il ruolo della donna.
Utilizzano questo giorno per dare libero sfogo a condotte sfrenate, per illudersi di poter attenuare le frustrazioni e per evadere da una sorta di repressione in cui non ammettono di trovarsi, a volte forse nemmeno rendendosi conto di esserci invischiate fino al collo. Vanno a fare casino nei locali, si ubriacano, si ridicolizzano sbavando dietro a spogliarellisti che più che uomini sexy sembrano buffe caricature del Big Jim.
E gli altri 364 giorni dell’anno?
Se ne stanno all’interno del guscio, conducono un’esistenza priva di interessi gravata solo da incombenze domestiche, non si applicano e non lottano per conquistarsi una propria indipendenza lavorativa e sociale, vivendo spesso all’ombra di uomini gretti nei sentimenti e dalle vedute antiquate.
L’indipendenza e la parità vanno pretese ed alimentate da ideali, dalla voglia di conoscere e di proporre le proprie idee con intraprendenza.
Quindi sarebbe una conquista se questa tipologia di donna italiana riuscisse a sentirsi DONNA e soprattutto LIBERA tutto l’anno, capace di far udire la propria voce piuttosto che starsene volutamente ai margini e poi uscire allo scoperto in maniera scriteriata soltanto l’8 Marzo.
Anche per una sorta di rispetto e di speranza da infondere a quelle donne che non hanno questa possibilità, che magari sono vittime di violenze e soprusi e che non possono fare nulla…

Oggi è un giorno come un altro, uno dei tanti, e non voglio augurare buona “Festa della Donna” a nessuna…

Buon week end!!!

Stefano Ristori

Una categoria pullulante di cattive abitudini è sicuramente quella degli automobilisti.
In questo caso il campionario è davvero vasto, con comportamenti poco opportuni e maleducati che possono sfociare spesso anche in situazioni di serio pericolo per l’incolumità delle persone.
Una buona parte della spiegazione relativa a tali atteggiamenti irresponsabili è da ricondurre ad un codice della strada che spesso viene “interpretato” e non applicato correttamente dalle forze dell’ordine italiane. Se le pene ai trasgressori delle regole venissero comminate con intransigenza e con puntuale rispetto delle norme, probabilmente gli automobilisti manterrebbero una guida più responsabile.
Per il resto si deve tutto alla tipica “esuberanza” di casa nostra, che spesso porta l’italiano medio a sentirsi padrone unico della strada, a prescindere dalle regole e dalle interpretazioni.

Ciò si manifesta anche in quelle situazioni non propriamente regolamentate ma dove l’educazione ed il buon senso dovrebbero farci capire come sarebbe logico comportarsi…appunto dovrebbero…
Sto parlando nello specifico del momento del parcheggio, in cui è frequente ritrovarsi ad avere a che fare con persone che ritengono sia normale, ad esempio, lasciare la propria automobile in seconda fila con le quattro frecce accese (a volte nemmeno) per tempi imprecisati e creando disagio alla circolazione e magari ostruendo anche qualche automobilista lecitamente parcheggiato che vorrebbe abbandonare il proprio posto ma chiaramente non può. A quel punto scatta la classica “strombazzata” di clacson, che solitamente aumenta di durata in maniera direttamente proporzionale alla dilatazione dei tempi di attesa, e che finalmente termina quando il proprietario dell’auto in seconda fila se ne arriva (spesso) bello serafico come se nulla fosse successo.

Altra fastidiosa situazione è quella legata alla estenuante ricerca di un parcheggio libero lungo una strada, oppure all’interno di qualche supermercato o centro commerciale, in momenti in cui tale operazione diventa estremamente complicata causa elevata presenza di popolazione umana a passeggio in automobile.
Quante volte abbiamo girato a vuoto alla disperata ricerca di un posticino tutto per noi?
E quante volte (e qui mi riaggancio al tema “occupatori di posto abusivi alle casse” di settimana scorsa) abbiamo trovato in quel posticino una persona piazzata nel mezzo e con l’indice sollevato a farci segno di no, magari sfoggiando un’espressione fintamente dispiaciuta? Sicuramente diverse…
A volte magari abbiamo desistito e ce ne siamo andati, altre volte invece abbiamo tirato giù il finestrino e probabilmente la persona in questione ci ha detto “E’ occupato”…Certo, forse lo è per qualcuno che l’ha mollata dalla parte opposta del parcheggio per correre lì a tenerglielo vuoto, e che nel frattempo sta cercando di raggiungerlo con tutta calma, mentre noi, che con la nostra auto siamo proprio lì davanti, non possiamo posteggiare! Vi pare normale ed eticamente corretto?
Forse normale sì, purtroppo, visto che si tratta di un malcostume di molti, ma sicuramente a livello etico e morale ci sarebbe parecchio da discutere…
Pensate al delirio che si verificherebbe se tutti facessimo scendere dalla macchina i nostri passeggeri e li sguinzagliassimo, all’interno del parcheggio di un centro commerciale ad esempio, come cani da tartufo alla ricerca di un posto da occupare!

Bene, anzi male…anche per oggi concludo qui il mio sfogo.
Ricordandovi le parole di Renzo Arbore nella pubblicità di una birra in voga negli anni ottanta vi saluto e vi invito a rifletterci su… “meditate gente, meditate…”.

Ciao, a settimana prossima!

Stefano Ristori